La storia del RAP in Italia
Quando qualcuno conosce bene una storia la deve raccontare…
Dedicata alla Musica, 60 Hertz
Il RAP in Italia arriva sul finire degli anni ’80, era tutto molto diverso da come è oggi. L’apice vero si è avuto qualche anno dopo, nella parte centrale degli anni ’90, “la vecchia scuola del RAP italiano”. Sul finire degli anni ’90, in Italia passò di moda, c’erano più rapper che appassionati di RAP. Negli anni 2000 c’erano degli artisti che hanno tenuto su la scena, ma c’è sempre stato un qualcosa che li “frenava”, il RAP in Italia veniva accostato in genere allo spaccio, ci furono anche dei casi accaduti, ma se ne faceva di tutta l’erba un fascio. Dopo circa un ventennio “in sordina” ritorna abbastanza in voga dopo la pandemia del 2020, con nuove produzioni di artisti storici ed artisti emergenti.
Il RAP e l’Hip Hop
Dunque, il RAP è la tecnica del rappare, ossia il canto semi parlato, ritmico e poetico, i testi di fatti sono molto rimati. L’abilità di rimare fa la bravura del rapper. E’ lo stile, l’espressione musicale e canora dell’Hip Hop.
L’Hip Hop è la cultura, è il movimento sociale, di cui il RAP è la sua espressione (un insieme di valori, estetiche, linguaggi e discipline).
Il Master of Ceremonies, ossia l’M.C. è il cantante che rappa sulle basi del deejay, quello che “suona i dischi” usati come base arricchendoli con gli scratch (verrà approfondito più avanti).
Le origini negli U.S.A.
Ha origine in USA a cavallo tra i ’70 e gli ’80, era un modo di essere: vestire largo, le tag sui muri, era uno stile povero, sorto nel Bronx a New York.
Il Rap che ne venne fuori raccontava di storie di degrado, emarginazione sociale e povertà. La musica era “improvvisata” campionando (sampling) i vecchi dischi che si trovavano nelle case dei pionieri, da li venivano estratte le basi, gli artisti americani più noti in Italia erano: Run DMC, Public Enemy, Wu-Tang Clan, Nas, Snoop Dog, Ice Cube, Africa Bambaataa, Tupac †, Notorius B.I.G. †.
I testi non erano mai volgari, non si parlava di azioni illegali, cosa che arrivò con il gansta rap negli anni 2000.
Il rap in Italia
Torniamo nell’Italia di fine anni ’80, il rap ha iniziato a prendere forma nelle grandi città, in particolare Roma, Milano e Bologna, dove DJ Gruff, Kaos, Otierre, Neffa, Deda, Ice One, Sean iniziavano con i primi scratch e testi in rima. Fino a metà anni ’90 è stato un fenomeno di nicchia, le radio non raramente passavano pezzi rap. Qualche volta venivano trasmesse delle canzoni da qualche radio romana e da Video Music, poi Tele Monte Carlo 2 che all’epoca aveva una programmazione musicale tipo MTV (MTV Italia nacque nel 1997, anche questo lo ricordo benissimo ed è una storia a parte).
Il rap commerciale
Come detto, il rap era un prodotto di nicchia, era un genere “duro” che non tutti capivano. Uno dei primi a “sdoganare” il genere e renderlo commerciale fu un ragazzo con il nome d’arte Jovanotti, lavorava sin dagli anni ’80 presso varie radio come DJ e “pompava” l’hip hop americano. Nel 1990 pubblicò il suo primo album: Giovani Jovanotti, un disco rivolto appunto ai giovani con i contenuti molto più morbidi, riuscì a far entrare nelle menti della gente i suoi motivetti, rese il genere facile da cantare e con musiche da ballare.
A seguire Jovanotti, nel proporre al pubblico generalista le proprie opere rap nei primi ’90, furono principalmente due gruppi italiani: gli Articolo 31 ed i Sottotono, con album di esordio rispettivamente nel 1993 e 1994. I rapper dell’ambiente underground li consideravano venduti al main-stream, erano quelli che facevano “roba commerciale”.
I 2000 ed il declino
All’inizio del nuovo millennio ci fu un declino, non ho mai capito effettivamente dovuto a cosa. Semplicemente non si vendevano più dichi rap, i pochi dischi rap che uscirono furono mal accolti.
Gruppi che si sciolsero (Sottotono), artisti che presero strade soliste (J-Ax degli Art31), altri che cambiarono genere musicale (Neffa), artisti spariti nel nulla, altri cambiarono mestiere (Fritz da Cat).
La rinascita del rap
Con la ripresa dell’interesse verso il rap da parte del main-stream sono riemersi/riuniti gruppi che furono inattivi. Faccio esempio con i Sottotono, che tornarono nel 2021 con il loro album Originali riscuotendo un successo tra i vecchi fan e nuovi.
Sono poi emersi alcuni artisti già presenti sulla scena ma che non erano mai stati notati e “spinti” come Guè, Coez, Gemello, ecc.
Anche nuovi artisti italiani sono emersi, e per me, un artista veramente bravissima che ti riporta la mente indietro nel tempo è Ele A, ha una voce perfetta per il RAP e rime stupende. I suoi pezzi che preferisco sono Oro e Mikado.
Il turntablsim e gli scratch
Il Turntablism è una tecnica di mandare rapidamente avanti ed indietro un vinile sul giradischi in riproduzione, al fine di creare nuovi suoni tipici ed una sorta di effetti sulla voce. Nell’epoca analogica quello era il modo di creare effetti sulla voce e ripetizioni, bastava con la mano mandare un poco avanti o indietro il disco. I dischi venivano spesso etichettati con label colorate, in modo che il deejay sapesse quale fosse il punto preciso su cui lavorare (cue point).
Il giradischi per eccellenza è sempre stato il Technics SL1200, un giradischi a trazione diretta con frizione e braccio ad “esse”. Essendo dotato di trazione diretta, quindi senza demoltiplica e sistemi a cinghia per il trascinamento tra motore e piatto, e con la frizione, permetteva di far ruotare il disco al contrario oppure accelerarlo senza avere la resistenza del motore in rotazione. In genere veniva montato in verticale rispetto il DJ, non veniva messo come si mette normalmente, orizzontale con il piatto a destra e il braccio a sinistra, ma veniva ruotato a sinistra di 90°, con il piatto in basso ed il braccio in alto, in modo che non interferisca con i movimenti della mano del DJ sul vinile.
Inoltre questo giradischi, prodotto sin dagli anni ’70 non per questo scopo, ma come giradischi da ascolto di fascia alta, disponeva anche di selettore di velocità 33/45/78 giri, luce, strobo per regolare la velocità ed un cursore che permetteva di accelerare o rallentare la rotazione, in modo da poter mettere il disco a tempo con il brano successivo/precedente o con quello che viene mixato contemporaneamente.
In genere i giradischi erano due, con al centro il mixer per il missaggio dei segnali (voce, base, e i due giradischi). Nelle operazioni di scratch sicuramente il DJ aveva necessità di fare un padding del suono, ossia spostare l’asse stereo tra il canale sinistro e desto, per questo erano fondamentali i mixer con slider del padding ottico, quelli resistivi erano più economici ma con il tempo si indurivano e “scrocchiavano”, bisognava spruzzare il pulisci contatti; quelli ottici erano morbidissimi e non avevano inconvenienti ne necessitavano manutenzione.
I suoni tipici del RAP
Come ogni genere, anche il Rap ha i suoi strumenti tipici. Il rock è identificato dalla chitarra elettrica, mentre il Rap dagli strumenti elettronici, ad esempio la batteria elettronica Roland TR-808.
Un altro suono tipico il G-funk whistle, prodotto con sintetizzatori elettronici, una sorta di fischietto acuto con glide e modulato, prodotto con due oscillatori più o meno intonati tra loro, usato in moltissimi pezzi anni ’90, tra i quali: Snoop Dog – Gin and juice, Ice Cube – You Know How We Do It, The Notorious B.I.G. – Big Poppa; Mariah Carey – Fantasy. Questo particolare suono è presente nella colonna sonora del videogioco GTA San Andreas, ambientato, guarda caso, nei primi anni ’90.
I vari suoni erano composti insieme da un multitraccia, famoso era l’AKAI S950, con qui sono stati composti numerosi brani italiani, Fritz da Cat ci ha anche dedicato un omonimo album.

